13 Giugno 2017

Banche e Stati: l'Europa chiede una netta distinzione dei ruoli
Angela Maria Scullica

Negli ultimi due anni il sistema bancario italiano è stato investito da una serie di provvedimenti che ne stanno velocemente cambiando il volto. Si tratta di un percorso accelerato che l’Italia, per competere in un mercato globale, avrebbe già dovuto intraprendere da tempo e che ora, per non averlo fatto prima, si trova costretta a subire senza avere messo bene a punto una propria linea strategica di medio e lungo termine. Il nostro è sempre stato un Paese chiuso con corporazioni molto forti che hanno mantenuto per anni le leve del potere e dello sviluppo economico e finanziario in mano ad oligarchie con scarso interesse verso la concorrenza e il mercato. E sarebbe continuato ad esser così se la sua partecipazione all’Unione europea, non si quanto ancora metabolizzata, e l’incessante innovazione tecnologica non ci avesse proiettati nel giro di pochissimo tempo in un mondo fortemente interconnesso e partecipativo dove valgono le regole di business di un mercato aperto e fortemente proiettato verso standard qualitativi elevati a prezzi trasparenti e contenuti. Se si esaminano i provvedimenti che hanno investito il settore bancario negli ultimi due anni, si vede subito che essi non colpiscono particolarmente sistemi già competitivi ma che impattano in modo significativo sulle logiche di quelli più chiusi e meno dinamici come il nostro. L’idea guida maturata in Europa, a seguito della crisi dei debiti sovrani del 2011, è quella di creare sistemi privati solidi e omogenei capaci di assorbire le crisi in modo che lo Stato non debba intervenire con risorse proprie nei dissesti delle banche. La direttiva europea n° 2014/59 (Brrd) che prevede una serie di modifiche per la risoluzione delle crisi bancarie tra cui il cosiddetto bail-in con l’esclusivo e diretto coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti, correntisti della banca stessa è ispirato a questi principi. In Italia, in vista del suo recepimento (gennaio 2016), il Governo già a partire dal 2015, introdusse radicali mutamenti nel settore bancario: la riforma delle banche popolari, l’autoriforma delle Fondazioni bancarie, la riforma delle Bcc, l’introduzione del meccanismo di Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze (GACS), e la velocizzazione dei tempi di recupero crediti. Un proliferare frenetico di norme decise con urgenza, che si è fondato sul presupposto che banche più grandi, forti e trasparenti sarebbero state in grado di sostenere la ripresa, fornire servizi migliori a famiglie e imprese e gestire con più efficienza i crediti deteriorati. Questi ultimi nel frattempo, con il perdurare della crisi, erano notevolmente lievitati venendo a rappresentare per il sistema economico-bancario italiano una notevole zavorra. Il 22 novembre 2015, quando venne approvato il primo decreto banche, che disciplinava la risoluzione di Carichieti, Cariferrara, Banca Etruria e Banca Marche, si ebbe il primo caso di burden sharing a carico degli obbligazionisti subordinati che si trovarono così esposti all’ipotesi di azzeramento dei titoli. E per le banche le conseguenze sul mercato furono immediate in termini di perdita d’immagine e di fiducia tanto che, per recuperare terreno, il Governo italiano, dovette promuovere lo scorso dicembre 2016, sempre con urgenza, il decreto 237 cosiddetto “salva banche”, che prevede una garanzia dello Stato sulle passività bancarie. Il decreto seguiva ad altri due provvedimenti relativi al lancio (aprile 2016) del Fondo Atlante di investimento privato, che aveva il compito di intervenire nelle crisi provocate dai crediti deteriorati, e del Fondo Atlante 2 (8 agosto 2016) riservato agli investitori professionali che investe unicamente in credititi deteriorati e strumenti ad essi collegati. Ora l’attenzione si sposta sulla governance, perché per l’Europa, la risoluzione dei crediti deteriorati e la stabilità delle banche dipende da una buona governance. E, anche su questo punto, l’Italia dovrà adattarsi in fretta. Per troppo tempo le nostre banche sono state governate da logiche politiche e di potere locale che hanno portato anche alla concessione di crediti a sostegno di iniziative o attività antieconomiche. Le linee guida pubblicate dalla Bce lo scorso marzo sono molto esplicite e chiedono agli istituti di credito una visione olistica che parta da una esatta definizione di ruoli, responsabilità e gerarchie.



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