15 Maggio 2017

CORRUZIONE PRIVATA E CONCORRENZA, UN BINOMIO MAL DIGERITO
Angela Maria Scullica

L'Italia è un Paese che per la sua impostazione storico culturale, ha costruito il sistema  legislativo su una serie di rapporti di forza, ideologie ed  equilibri nati e proliferati in un ambiente chiuso, autoprotettivo e poco concorrenziale. Un contesto che, per sua stessa natura, ha favorito la formazione di potenti lobby e corporazioni che non hanno dato spazio alla ricerca, all’iniziativa individuale e imprenditoriale, ai talenti, alla meritocrazia. Alla luce di questa affermazione, è facile intuire come i cambiamenti richiesti da un contesto europeo allargato e concorrenziale siano stati per molti versi sostanzialmente sofferti dal nostro legislatore e ritardati, in modo da proteggere e prolungare nel tempo il più possibile lo status quo. Emblematico in tal senso è il travagliato iter della legge sulla corruzione privata. Da quasi vent’anni l’Europa chiede che la fattispecie del reato in questione sia formulata secondo un modello “pubblicistico”, finalizzato alla tutela della concorrenza in un mercato impermeabile ad ogni forma di contaminazione corruttiva. Questa impostazione presuppone che il patto corruttivo rappresenti per autonomasia l’elemento patologico che altera gli equilibri di mercato, minaccia lo stato di diritto, genera gravi distorsioni di concorrenza nell’acquisizione di beni o servizi commerciali e impedisce un corretto sviluppo economico. In Italia invece il problema della concorrenza non è mai stato realmente sentito.  Di conseguenza il patto corruttivo tra privati non ha mai assunto importanza nella sua veste di limitazione della concorrenza. é solo negli anni 2000-2002 che in Italia si arriva a formulare l’idea della corruzione privata come “infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” di cui all’art. 2635 c.c. Quest’ultimo però incriminava non tanto la corruzione privata, quanto le conseguenze di questa, nel caso in cui fossero state nocive per il patrimonio della società cui fa capo il corrotto. Esso inoltre  puniva con la reclusione sino a tre anni, e a querela della persona offesa (ossia, della società danneggiata), “gli amministratori, i direttori generali, i sindaci, i liquidatori e i responsabili della revisione, i quali, a seguito della dazione o della promessa di utilità, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio, cagionando nocumento alla società”. Ma il regime di procedibilità a querela  rimetteva nelle mani della società-vittima la decisione circa la concreta perseguibilità delle infedeltà da corruzione. E ciò rendeva di fatto il sistema inefficace. Le società infatti non avevano (e non hanno) alcun interesse a perseguire penalmente le infedeltà dei propri‘agenti’ per il clamore mediatico e la ‘cattiva pubblicità’ che possono comportare, preferendo percorrere la via civilistica che porta a risultati più immediati e discreti, come il licenziamento per giusta causa e il risarcimento del danno. Così  il Gruppo di stati contro la corruzione (GRECO), ribadì che l’esistenza dell’art. 2635 c.c. non adempiva all’obbligo imposto di introdurre norme penali direttamente incriminatrici dei fatti di corruzione privata. L’insistenza e l’autorevolezza di queste osservazioni portarono all’ emanazione della legge Severino, la 6 novembre 2012, n. 190, ufficialmente intitolata alla “prevenzione e repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica amministrazione” (e quindi della corruzione pubblica, non di quella privata). La legge Severino di fatto si limitò  a cambiare la rubrica della norma da “infedeltà” a “corruzione privata”  senza però apportare quelle modifiche strutturali che avrebbero posto quale bene giuridico tutelato la concorrenza leale piuttosto che la tutela degli interessi privatistici del datore di lavoro da individuarsi nel compimento di atti in violazione dei doveri. Il fatto di limitare il perseguimento della corruzione privata al settore pubblico portò a una serie di richiami da parte dell’Unione europea che spinsero il legislatore italiano a definire il decreto legislativo, approvato il 14 dicembre 2016 dal Consiglio dei ministri, che interviene sull’articolo 2635 c.c. con l’obiettivo di allineare la corruzione nel settore privato al modello “pubblicistico”. In esso non è più l’elemento patrimoniale a fare  da perno alla struttura del reato ma la  violazione dei doveri di fedeltà unita all’alterazione della concorrenza nel mercato. Lo schema legislativo continua però a dimostrare la sua permanente incertezza. Se da un lato sembra voler potenziare la repressione del fenomeno corruttivo tra privati, in quanto introduce il reato di istigazione alla corruzione, allarga la platea dei soggetti attivi responsabili ed  elimina il requisito del nocumento; dall’altro non modifica  il regime di procedibilità del reato,  caratteristica  che fino ad oggi ha contribuito a rendere inapplicata la norma.  Ed ancora, pur nell’introduzione della sanzione interdittiva nei confronti dell’ente, lo stesso rimane chiamato a rispondere solamente della corruzione attiva. Inoltre il limite di  3 anni posto alla pena potrebbe portare molti potenziali rei a confidare nella prescrizione; scelta legislativa opposta a quella compiuta riguardo alla corruzione in ambito pubblico dove  la sanzione amministrativa a carico dell’ente di fatto non si prescrive. In sostanza quindi sembra proprio che il nostro legislatore continui a non apprezzzare  la realtà economica-aziendale.



IN EDICOLA

L'EDITORIALE
CORRUZIONE PRIVATA E CONCORRENZA, UN BINOMIO MAL DIGERITO

L'Italia è un Paese che per la sua impostazione storico culturale, ha costruito il sistema  legislativo su una serie di rapporti di forza, ideologie ed  equilibri nati e proliferati in un ambiente chiuso, autoprotettivo e poco concorrenziale. Un contesto che, per sua

Leggi tutto

Powered by Share Trading

Everlasting
I più letti