8 Marzo 2017

I rapporti di lavoro evolvono oltre il Jobs act
Angela Maria Scullica

Dai dati sull’andamento dell’occupazione in Italia, resi noti dall’Istat, il complesso degli interventi normativi che vanno sotto il nome di Jobs Act, a due anni dalla sua entrata in vigore, mostra un bilancio di luci e ombre: dall’inizio del 2015, da quando cioè è scattata la decontribuzione per le nuove assunzioni stabili, il tasso di occupazione è passato dal 55,9% al 57,3% mentre quello dei senza lavoro è calato dal 12,3% all’11,9%. Gli occupati quindi sono aumentati di 417mila unità con 409mila contratti a tempo indeterminato in più rispetto a inizio 2015. Un risultato senz’altro positivo. Ma, a ben vedere, a beneficiarne non sono stati i giovani (i nuovi posti per i ragazzi tra i 14 e i 25 sono stati solo 36mila) bensì gli ultracinquantenni il cui numero è aumentato di 690mila unità. Oltre 500mila italiani si sono rimessi a cercare un impiego. Nello stesso tempo l’utilizzo dei voucher è più che raddoppiato (121 milioni nei primi 10 mesi del 2016). I licenziamenti sono aumentati del 32% spinti anche dal depotenziamento dell’articolo 18. Ma, come si sa,  i dati di per sé, non possono essere in grado di mettere nella condizione di esprimere un giudizio complessivo sulla riforma in quanto inficiati anche da altri fattori come l’andamento economico, la politica, lo sviluppo tecnologico. Come emerge anche dalla tavola rotonda sul Jobs Act promossa da Legal, quel che occorre sottolineare in questa sede è la portata rivoluzionaria che questa legge ha avuto nel nostro Paese a livello culturale. Per la prima volta in vent’anni infatti si è intervenuti sul nucleo duro del lavoro e cioè sul rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato cambiando, in un’ottica di semplificazione e flessibilità, regole fondamentali relative all’ingresso al lavoro, alla gestione del rapporto e all’uscita. Il primo passo del Jobs Act è stato l’intervento sui contratti a termine e quelli di somministrazione (Decreto Poletti) che ha di fatto eliminato decenni di discussioni giudiziarie. Nel giro di un anno sono stati liberalizzati, con interventi progressivi, i contratti a termine e somministrazione. Sono stati facilitati i cambi di mansione, ed è stato semplificato l’utilizzo degli strumenti informatici. Ma soprattutto, come è stato detto nel corso dell’incontro svolto presso la sede di Le Fonti, «è cambiato il paradigma in materia di tutele contro il licenziamento illegittimo: è stato definitivamente rotto il tabù della reintegrazione, affermando con chiarezza che la regola è l’indennizzo mentre la reintegrazione è un’eccezione». Aspetti dirompenti in una cultura che per anni si è basata sui principi  di certezza, sicurezza e protezione del posto di lavoro. Se poi si guarda l’applicazione pratica della legge, si possono riscontrare numerose criticità e distorsioni che andrebbero corrette a partire dall’esiguità dell’indennizzo corrisposto ai lavoratori licenziati senza giusta causa e dall’utilizzo, spesso spregiudicato, dei contratti a tutele crescenti soprattutto nei confronti dei giovani. Il forte progredire delle tecnologie impone però un’ulteriore riflessione sulla riforma del lavoro. Questa dovrebbe tenere presente l’evoluzione in corso nella quale i confini tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi diventano sempre più evanescenti. Oggi si assiste infatti al formarsi di una zona sempre più vasta nella quale le persone preferiscono una remunerazione a obiettivo anziché a orario. Occorrono quindi strumenti che valorizzano competenze, attitudini, responsabilità, capacità di apprendimento e autonomia del lavoratore stesso. Senza i quali diventa più difficile e penalizzante partecipare attivamente al cambiamento. 



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