19 Luglio 2017

Giustizia civile: un sistema condizionato dal passato
Angela Maria Scullica

Il ridimensionamento dei tempi della giustizia civile in Italia è innanzitutto un problema culturale. È ben vero che c’è stato un impegno da parte del Governo ad affrontare il caso e che grazie ai nuovi strumenti messi in campo a partire dal 2013 le cause civile sarebbero passate dai 5,2 milioni del giugno 2013 ai 3,88 milioni del gliugno 2016, ma il contenzioso in arretrato nei tribunali resta altissimo e penalizza lo sviluppo economico del Paese. Secondo un recente studio pubblicato da ImpresaLavoro, che ha calcolato il numero dei processi pendenti, limitato alle sole cause civili e commerciali, per ogni mille abitanti, l’Italia è ben distante dalle economie più avanzate come Francia, Spagna, Germania, nonché dalla media europea. Anche sulla durata media dei processi, sempre limitando l’analisi alle cause civili e commerciali, il nostro Paese si distingue per un primato assai poco invidiabile. I 532 giorni medi per arrivare alla sentenza di primo grado, piazzano l’Italia al penultimo posto in classifica dopo Malta, dove i giorni sono 536. Anche qui la differenza con gli altri Stati è abissale. In Francia bastano 348 giorni, in Spagna 318, in Germania 192 e in Austria 130. La media europea è a quota 268, una durata praticamente dimezzata rispetto alla nostra. Come emerge da questi numeri la giustizia italiana risulta una delle più inefficienti in Europa con tutte le conseguenze che ne possono derivare in termini di freno allo sviluppo e alla crescita del Paese, come lo stesso Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha voluto sottolineare nella sua relazione annuale. Ma perché il nostro Paese resta così indietro nonostante gli sforzi messi in atto negli ultimi tempi per recuperare terreno sul fronte della giustizia civile? L’intera impalcatura della giustizia civile in Italia, costruita nel tempo sulla base di pensieri, concezioni, idee, equilibri, poteri ecc. maturati in un contesto chiuso, poco concorrenziale, corporativistico, oligopolista è oggi totalmente superata e inadeguata. Con la globalizzazione dei mercati dovuta allo sviluppo tecnologico, le barriere che proteggevano il sistema sono venute a cadere. Il loro dissolvimento ha preso in Europa una forte accelerazione dal 2008 in avanti con il manifestarsi e l’allargarsi della crisi. L’economia italiana protetta per anni si è trovata improvvisamente davanti a uno scenario decisamente molto più ampio e concorrenziale di quello nel quale aveva lungamente operato, che richiede innovazioni tecnologiche, idee meritocratiche, flessibilità, qualità, servizio, efficienza, velocità e via dicendo. Tutte doti insomma che finora erano state estranee all’impostazione mentale e burocratica di un Paese chiuso. Uno scenario dal quale l’Italia non si può esimere, nonostante le nostalgie e i tentativi di restaurazione che da più parti si fanno avanti con la conseguenza di ritardare un processo che il progredire delle tecnologie (ora si parla anche di intelligenza artificiale!) rende ormai inevitabile.  Gli sforzi richiesti al legislatore e al Governo per adattarsi al profondo cambiamento in atto, facendo sì che il diritto e la giustizia rispecchino le nuove realtà, sono notevoli. Ma i passi fatti nella direzione corretta, seppure meritevoli di approvazione, restano ancora brevi e di scarsa efficacia. Alla base di tutto questo va infatti innanzitutto metabolizzato il cambio culturale richiesto da una trasformazione di tale portata che non è quello di accontentare l’Europa o le voci generali di miglioramento della macchina burocratica della giustizia, ma è quello di mirare anche in Italia a valori che premino capacità individuale, talento, meritocrazia, mercato, sviluppo  e crescita. Valori che, per essere rispettati, richiedono tutti una giustizia efficiente.



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L'EDITORIALE
Giustizia civile: un sistema condizionato dal passato

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